My Lai, Vietnam

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Ieri ricorreva il 48° anno del massacro di My Lai. E’ una cosa che ogni volta mi mette i brividi perchè penso che un giorno dovrò spiegare ai miei tre figli vietnamiti che cosa è stata capace di fare a casa loro la società occidentale in cui li ho portati a vivere. Sarà difficile, credetemi.

 

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Per chi non lo sapesse:

Il massacro di Mỹ Lai, conosciuto anche come massacro di Sơn Mỹ, fu un massacro di civili inermi che avvenne durante la guerra del Vietnam, quando i soldati statunitensi della Compagnia Charlie, della 11a Brigata di Fanteria Leggera, agli ordini del tenente William Calley, uccisero 347 civili – principalmente vecchi, donne, bambini e neonati.
Il massacro avvenne il 16 marzo 1968 a My Lai, una delle quattro frazioni raggruppate nei pressi del villaggio di Sơn Mỹ, nella provincia di Quang Ngai a circa 840 chilometri a nord di Saigon. I soldati si abbandonarono anche alla tortura e allo stupro degli abitanti. Come fu poi riferito da un tenente dell’esercito sudvietnamita ai suoi superiori, fu la vendetta per uno scontro a fuoco con truppe Viet Cong che si erano mischiate ai civili.
Il massacro fu fermato dall’equipaggio di un elicottero USA in ricognizione, che atterrò frapponendosi tra i soldati americani e i superstiti vietnamiti. Il pilota, sottufficiale Hugh Thompson Jr., affrontò i capi delle truppe americane e disse che avrebbe aperto il fuoco su di loro se non si fossero fermati. Mentre due membri dell’equipaggio dell’elicottero – Lawrence Colburn e Glenn Andreotta – puntavano le loro armi pesanti contro i soldati che avevano preso parte alle atrocità, Thompson diresse l’evacuazione del villaggio. I membri dell’equipaggio furono accreditati di aver salvato almeno 11 vite. Trent’anni dopo, i tre furono premiati con la Soldiers Medal, l’onorificenza più alta dell’esercito statunitense per atti di coraggio che non coinvolgano il nemico. (estratto da Wikipedia)

Questo invece la rievocazione di Lorenzo Mazzoni de Il Fatto Quotidiano per l’anniversario del 2012:

“Il 16 marzo del 1968 i ragazzi della compagnia Charlie, al comando del capitano Ernst Medina, entrarono dalla parte settentrionale del villaggio di My Lai, dove ora sorge un grandissimo, giovane albero, e dove, allora, giocavano i bambini. Svuotarono i caricatori. Buttarono le bombe a mano nelle capanne. Violentarono le ragazzine in branco, da veri boy-scout, poi le trucidarono con le baionette. I più pericolosi esponenti del villaggio: vecchi e donne, vennero raccolti in gruppi e falciati con le mitragliatrici. Lo stomaco di una donna gravida venne aperto con un machete, il feto lanciato lontano nelle sterpaglie. Poco distante, a Binh Tay, un villaggio vicino, il tenente Caley guardava un neonato che a gattoni stava cercando di uscire dal mucchio di corpi massacrati. Il tenente, che amava le cose ben fatte, con un calcio spinse il lattante di nuovo nella fossa comune e gli sparò. Siamo sinceri, non è mica facile distinguere un guerrigliero viet-cong da un bambino di otto mesi.
I soldati finirono i superstiti, appiccarono il fuoco alle case, uccisero il bestiame ancora vivo, raccolsero infine donne e bambini e li uccisero. In tutto trecentoquarantasette civili. Anche se il numero rimane imprecisato perché quando misero fine alla mattanza, gli uccisori buttarono bombe a mano sui corpi per nascondere l’eccidio. Nel rapporto militare fu scritto che erano stati uccisi novanta viet cong e nessun civile.
La notizia del massacro arrivò negli USA. Qualcuno chiedeva giustizia, i più chiedevano di chiudere in fretta la faccenda per poter continuare in tutta tranquillità i bombardamenti sui centri abitati del Nord Vietnam. Il processo fu solamente contro Calley. Più semplice e sbrigativo. La giuria si ritirò in camera di consiglio il 16 marzo 1971, riconobbe Calley colpevole dell’omicidio di almeno ventidue civili e lo condannò ai lavori forzati a vita. La pena fu poi ridotta a vent’anni e poi a dieci, fu infine liberato sulla parola nel 1974 dopo tre anni e mezzo trascorsi agli arresti domiciliari.
Il massacro comunemente noto come l’eccidio di My Lai, l’inutile orrore scatenato da un branco di vaccari assassini, è ricordato a Xom Lang, dove, in mezzo alla vegetazione e al silenzio, è stato eretto il monumento commemorativo alle vittime. My Lai è solo uno dei quattro villaggi dove i marines sfogarono la loro cieca violenza sui civili. Il monumento commemorativo è stato edificato a Xom Lang perché lì i massacri furono più efferati.
Nella casa museo, è impressionante constatare che nel libro delle firme dei visitatori non compaiano nomi americani. Sembra strano che nessuno si senta in dovere di venire a vedere. Forse non sanno? Nessuno di loro ha passeggiato nei luoghi dove il capitano Ernest Medina e i suoi sgherri, il tenente Wiliam Calley, il tenente Jeffrey la Cross e il tenente Stephen Brooks, sguinzagliarono i loro uomini?
Fuori dall’area recintata del museo due bambini giocano, correndosi dietro. Appesi agli alberi sono scritti su lavagnette di legno i nomi delle persone che sono state massacrate. La famiglia Khoi, il più grande aveva sedici anni, la più piccola tre anni; il signor Chinh, novantuno anni, sicuramente un sovversivo; la famiglia Loy, padre, madre, figli, nipoti: ottantaquattro anni, settantotto anni, trentadue anni, dodici anni, sei anni, quattro anni, due mesi… due mesi. Mette i brividi.”

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